...In quelle lenzuola mi rifugiavo come sotto ad una tenda.
Avrei dovuto passare più tempo ad osservarne i disegni geometrici, stamparmeli sulla pelle, come si stampa un qualsiasi disegno su una qualsiasi gonna e avrei portato in giro così la mia tenda, dove nascondere il viso, dove addormentarmi tra una sosta ed un’altra sosta.
La mia tenda francese, facile da montare, stesa sulla porta ad asciugare, pronta per un’immersione e poi accomodante nel farmi ritornare a galla, mi stringeva i fianchi e mi teneva in superficie per farmi riprendere fiato, prima della nuova immersione.
Quelle lenzuola, abbandonate in una stanza, a sua volta abbandonata in una casa, a sua volta abbandonata in una strada (e il tutto così intensamente amato), mi mancano.
So che non avrò più una zattera così ampia per i miei naufragi, una zattera dove non mancava nulla, dove il sonno è stato agitato e poi quieto, per poi concludersi nell’agitazione dello stesso mare in tempesta, come lo è quello di ogni partenza.
La mia zattera parlava di isole deserte, ma senza il vero desiderio di trovarle, l’importante erano quelle assi di legno, solide come non lo erano mai state prima.
Ed ora che sono sbarcata sulla terra ferma e non ho più neanche la speranza di vedere all’orizzonte spuntare il profilo di una di queste isole forse solo immaginarie (o forse meno desiderabili di quanto desiderassi), mi prendo la testa tra le mani e conto i miei anni
uno
due
tre
quattro
cinque
sei
sette
otto
nove
dieci
undici
dodici
tredici
quattordici
quindici
sedici
diciassette
diciotto
diciannove
venti
ventuno
ventidue
ventitre
ventiquattro
venticinque
ventisei…
ancora?
Avrei dovuto passare più tempo ad osservarne i disegni geometrici, stamparmeli sulla pelle, come si stampa un qualsiasi disegno su una qualsiasi gonna e avrei portato in giro così la mia tenda, dove nascondere il viso, dove addormentarmi tra una sosta ed un’altra sosta.
La mia tenda francese, facile da montare, stesa sulla porta ad asciugare, pronta per un’immersione e poi accomodante nel farmi ritornare a galla, mi stringeva i fianchi e mi teneva in superficie per farmi riprendere fiato, prima della nuova immersione.
Quelle lenzuola, abbandonate in una stanza, a sua volta abbandonata in una casa, a sua volta abbandonata in una strada (e il tutto così intensamente amato), mi mancano.
So che non avrò più una zattera così ampia per i miei naufragi, una zattera dove non mancava nulla, dove il sonno è stato agitato e poi quieto, per poi concludersi nell’agitazione dello stesso mare in tempesta, come lo è quello di ogni partenza.
La mia zattera parlava di isole deserte, ma senza il vero desiderio di trovarle, l’importante erano quelle assi di legno, solide come non lo erano mai state prima.
Ed ora che sono sbarcata sulla terra ferma e non ho più neanche la speranza di vedere all’orizzonte spuntare il profilo di una di queste isole forse solo immaginarie (o forse meno desiderabili di quanto desiderassi), mi prendo la testa tra le mani e conto i miei anni
uno
due
tre
quattro
cinque
sei
sette
otto
nove
dieci
undici
dodici
tredici
quattordici
quindici
sedici
diciassette
diciotto
diciannove
venti
ventuno
ventidue
ventitre
ventiquattro
venticinque
ventisei…
ancora?
no, solo ventisei...