sabato, aprile 04, 2009

desidera?


- Desidera?
- Buongiorno. Vorrei un litro di aria, grazie.
- Mi spiace, l’abbiamo finita?
- Finita? Ho visto sui vostri volantini che era in offerta da oggi: settanta centesimi al litro.
- E ha visto bene, ma stamattina c’è stato l’assalto. Non vede che caos qui intorno?
- In effetti notavo un po’ di disordine in più rispetto al solito. Pensavo che magari fosse in sciopero il personale delle pulizie. Sa, di questi tempi.
- Invece...
- E invece… Ma se tornassi domani?
- Cosa?
- La ritrovo, l'aria?

- Certo.
- Perfetto!
- Non in offerta, ovviamente. Ci rientra un altro tipo di aria, Ariariosa, forse ne avrà visto la pubblicità in tv.
- Al litro?
- Novanta euro, mi sembra, non ricordo bene.
- Beh. Deve essere proprio buona, immagino.
- Da provare.
- Mi faccia pensare.

Allora… Facciamo... sì: vada per un etto di prosciutto… Bene, bene. Sì sì, lasci pure.
- Arrivederla.
- Arrivederla.

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mercoledì, aprile 01, 2009

a volte ritornano

Cominciò da un sasso.
Era lì, bianco e abbastanza liscio, sembrava dire: prendimi. E lei lo prese.
Lo rigirò tra le mani; lo avvicinò poi al naso, per sentirne l’odore. Un fiore di sasso, un sasso salato: in quella spiaggia ciottolosa non ci si poteva aspettare dell’altro.
Ecco, così lo aveva fatto un’altra volta: aveva quel sasso in mano e sapeva che sarebbe stato difficile buttarlo via, gettarlo a terra, ridonandogli la sua qualità di sasso qualsiasi. Esiste un sasso qualsiasi?
Spostando lo sguardo leggermente a sinistra, fu chiamata da un altro sasso. Questa volta lo scelse perché era ruvido e si sentiva dallo sguardo. Era un sasso scuro, nero, senza alcuna venatura. Era come se il lavoro del mare su di lui non potesse muovere nulla, un artigianato a tempo perso, per perdere tempo. Quei lavori fatti in fretta e fatti male. Ma il bello era quello: era un sasso della domenica. Da domenica di mare e d’inverno, quando sembra bello anche un sasso nero e ruvido e salato. E lo è.
Si piegò e raccolse anche quest’altro, perché nessuna minima vocazione potesse dirsi inascoltata.
Se qualcuno l’avesse accompagnata lì, quella domenica, forse non si sarebbe ritrovata a raccogliere quei due sassi, forse sarebbe stata seduta sul muricciolo a parlare con qualcuno di qualcuno lontano (perché c’è sempre qualcuno lontano di cui parlare).
Ecco, era meglio così. Quei sassi avevano bisogno di una casa. Quei sassi l’avevano chiamata.
Quei sassi che ora parlavano tra di loro, facendo piano, nella sua tasca. Quei sassi che si scusavano tra di loro, quando, a causa dei bruschi movimenti, si ritrovavano a cozzare l'uno contro l'altro. Quei sassi che, se lei non li avesse messi insieme lì, nella sua tasca, probabilmente non si sarebbero conosciuti mai.

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sabato, ottobre 18, 2008

Leonard Cohen - Suzanne

And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that you can trust her
For she's touched your perfect body with her mind.

Fabrizio De Andrè e Suzanne

E tu vuoi viaggiarle insieme
vuoi viaggiarle insieme ciecamente
perchè sai che ti ha toccato il corpo
il tuo corpo perfetto con la mente

Toti Soler e Suzanne

Françoise Hardy - Suzanne (Leonard Cohen, in French)

Tu veux rester à ses côtés
Maintenant, tu n'as plus peur de voyager
Les yeux fermés
Une blessure étrange, dans le coeur.



lunedì, settembre 15, 2008

Volver.
Come essere partiti ieri
una casa non più mia
quadri sconosciuti alle pareti
pochi passi nelle stanze
piatti in ordine
tazzine a fiori
ma lo specchio è lo stesso
e chi vi si riflette
e in camera una rosa
sembrava attendere
(anche lei? solo lei?)
il mio ritorno.

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martedì, agosto 05, 2008

rue de la Bidassoa

...In quelle lenzuola mi rifugiavo come sotto ad una tenda.
Avrei dovuto passare più tempo ad osservarne i disegni geometrici, stamparmeli sulla pelle, come si stampa un qualsiasi disegno su una qualsiasi gonna e avrei portato in giro così la mia tenda, dove nascondere il viso, dove addormentarmi tra una sosta ed un’altra sosta.
La mia tenda francese, facile da montare, stesa sulla porta ad asciugare, pronta per un’immersione e poi accomodante nel farmi ritornare a galla, mi stringeva i fianchi e mi teneva in superficie per farmi riprendere fiato, prima della nuova immersione.
Quelle lenzuola, abbandonate in una stanza, a sua volta abbandonata in una casa, a sua volta abbandonata in una strada (e il tutto così intensamente amato), mi mancano.
So che non avrò più una zattera così ampia per i miei naufragi, una zattera dove non mancava nulla, dove il sonno è stato agitato e poi quieto, per poi concludersi nell’agitazione dello stesso mare in tempesta, come lo è quello di ogni partenza.
La mia zattera parlava di isole deserte, ma senza il vero desiderio di trovarle, l’importante erano quelle assi di legno, solide come non lo erano mai state prima.
Ed ora che sono sbarcata sulla terra ferma e non ho più neanche la speranza di vedere all’orizzonte spuntare il profilo di una di queste isole forse solo immaginarie (o forse meno desiderabili di quanto desiderassi), mi prendo la testa tra le mani e conto i miei anni

uno
due
tre
quattro
cinque
sei
sette
otto
nove
dieci
undici
dodici
tredici
quattordici
quindici
sedici
diciassette
diciotto
diciannove
venti
ventuno
ventidue
ventitre
ventiquattro
venticinque
ventisei…

ancora?
no, solo ventisei...

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martedì, luglio 08, 2008

ad Ainda e Cesare...

Sì, una dedica impossibile (e un po'arbitraria) ma decisamente possibile molto più di altre, forse la sola vera questa notte (chi mi conosce un po' sa quanto ami C.P.)
Ma forse anche solo per farvi ascoltare una canzone che ho scoperto da poco e che cantavo in metro stanotte tornando a casa.

venerdì, giugno 20, 2008

quasi in partenza, non ancora... ma quasi

Non sempre riesco a dormire, da un po’…
per motivi vari, a volte solo perché voglio stare da sola, in silenzio, magari senza neanche pensare. Questa sera mi ritrovo in attesa di avere sonno, con indosso una gonna che già amo, regalatami da qualche ora, da alcune persone già partite e da chi è ancora qui. Ascolto i La Crus, perché a volte non c’è voce che mi sappia cullare meglio…
Se ero arrivata in Francia spaventata, tormentata da assurdi incubi notturni, ora me ne parto confusa. E se mi guardo allo specchio non mi riconosco più, né riconosco l’Ainda delle foto scattate l’estate passata. Non voglio dire di essere cresciuta. No, assolutamente. Mi chiedo se chi mi accoglierà in Italia vedrà che qualcosa è cambiato o se è solo un’illusione o se vedo male io.
Oggi ho visto le foto di un amico, lui a Firenze, e anche lui è cambiato, ed io che credevo che non avrebbe mai perso quella sua aria infantile. E chissà, anche in questo caso, che cosa vedrò ad occhi nudi.
Questa è la città della solitudine, questa è la città in cui ho taciuto anche a me stessa, come non mai, la città dove si stava realizzando il desiderio, espresso un pomeriggio sui gradini del portico degli Innocenti, di divenire di pietra.
E mentre stavo diventando di pietra, mi sono sentita stringere.
In questa città della solitudine, non sono mai stata sola. E mi sento il cuore pieno di gratitudine per le persone che ho incontrato, per quando sono corse da me solo perché avevo paura. Per la dolcezza infinita degli sguardi, delle carezze. Per chi mi ha ascoltata quando stavo zitta, per chi ha avuto bisogno di me. Per chi è già partito ma so già che ci sarà ancora. Continuerei all’infinito… per chi non ha permesso che diventassi pietra. Grazie.

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